ARNO



Il torrente Arno ha avuto un’importanza storica determinante nella definizione della forma urbana di Gallarate, dove però non esistono edifici o spazi pubblici che hanno un rapporto significativo con l’acqua. Oggi, il ruolo urbano del torrente è quello di un elemento “debole”, il cui valore non è forse immediatamente evidente, ma non per questo è meno importante.

Nel corso dei nostri sopralluoghi e dell’analisi dei documenti a cui abbiamo avuto accesso, due aspetti contrapposti hanno colpito la nostra attenzione: da un lato il corso d’acqua appare come un elemento problematico, potenziale fonte di rischio e di degrado; dall’altro costituisce una presenza naturalistica positiva, capace di portare la vegetazione rigogliosa delle sue sponde e gli animali che la abitano all’interno del tessuto urbano.

A questa doppia natura dell’Arno corrispondono due sistemi di manufatti che denunciano la relazione tra città e fiume: da un lato i vari elementi fisici e tecnologici che costituiscono il sistema di contenimento e controllo delle acque; dall’altro gli elementi architettonici (parapetti) di protezione dei ponti di attraversamento, che costituiscono l’unica interfaccia tra spazio pubblico della città e lo spazio del torrente.

Sviluppando l’analisi di questi due sistemi, ci siamo resi conto di come i loro elementi costitutivi possano fare tutti parte di una storia millenaria della lotta dell’uomo nei confronti della natura al fine di “addomesticarla” e trasformarla in un ambiente confortevole per la propria vita.

Il progetto che proponiamo per il Premio Gallarate vuole dare un contributo alla costruzione di un immaginario condiviso legato al torrente Arno che vada oltre i cliché contemporanei sulle idee di natura e di città e, ripartendo dalla dualità e dalla conflittualità che abbiamo individuato, porti alla formazione di un’identità urbana più precisa.

Il progetto “Arno” prevede quindi la creazione di una collezione di oggetti che costruiscano un nuovo brand “Arno” e l’apertura di un temporary shop dedicato al torrente nel centro storico di Gallarate, dove sarà possibile acquistarli e dove sarà contemporaneamente possibile fare esperienze e acquisire informazioni capaci di creare un immaginario condiviso e collettivo sul torrente, la sua vegetazione, gli animali che lo abitano, le sue potenzialità e la sua storia.

Ecco alcune attività:
“L’Arno sulla pelle”: una giornata dedicata al tatuaggio durante la quale chi vorrà, potrà imprimere sulla propria pelle il disegno del nuovo logo dedicato al fiume, re-interpretato da tatuatrici di henné;

“Souvenir d’Arno”: una giornata dedicata al ritratto durante la quale disegnatori esperti eseguiranno ritratti su sfondi prestampati che evocano il paesaggio fluviale;

“Segnali d’Arno”: un evento dedicato al racconto collettivo che prevede, per tutta la durata della manifestazione, la possibilità di portare all’Arno shop un oggetto, un racconto o anche una semplice parola, tracce che, nel loro insieme, possano ricordare e celebrare il torrente.
L’Arno può essere raccontato con degli oggetti? E di cosa ci parlano? Quali storie rivelano e quali nascondono?







PREMIO GALLARATE XXV ED.



GALLARATE (VA)
DAL 15 MAGGIO AL 17 LUGLIO 2016
AL MA*GA E IN ALTRI SPAZI CITTADINI
URBAN MINING / RIGENERAZIONI URBANE
IL PREMIO NAZIONALE ARTI VISIVE CITTÀ DI GALLARATE
XXV EDIZIONE

La commissione scientifica ha selezionato 9 artisti - A12, Luca Bertolo, Ludovica Carbotta, Ettore Favini, Luca Francesconi, Christiane Löhr, Marzia Migliora, Cesare Pietroiusti e Luca Trevisani - che si confrontano con progetti inediti sul tema “Il torrente Arno e la città di Gallarate”.



Dal 15 maggio 2016, Gallarate ospita la XXV edizione del Premio Nazionale Arti Visive “Città di Gallarate”, fondato nel 1949, che ha contribuito in buona parte alla formazione della collezione permanente del Museo MA*GA.
Fino al 17 luglio, proprio il Museo MA*GA e alcuni spazi della città accolgono le installazioni site specific di 9 artisti: A12, Luca Bertolo, Ludovica Carbotta, Ettore Favini, Luca Francesconi, Christiane Loehr, Marzia Migliora, Cesare Pietroiusti e Luca Trevisani, selezionati dopo un’analisi di oltre quaranta profili, da una commissione scientifica composta da Michele Dantini, Carolina Italiano, Adachiara Zevi, come curatori esterni, ed Emma Zanella, Alessandro Castiglioni, Lorena Giuranna e Alessio Schiavo, come rappresentanti dell’assemblea dei promotori del Premio.
Il Premio Nazionale Arti Visive “Città di Gallarate”, sostenuto da Comune di Gallarate, Fondazione Cariplo e Mibact, è parte del programma di OFFICINA CONTEMPORANEA [OC] - Sistema Culturale Urbano, il progetto sostenuto da Fondazione Cariplo ed elaborato da undici istituzioni attive nella città di Gallarate nei diversi ambiti che contraddistinguono la cultura contemporanea.
Per la sua XXV edizione, il Premio Gallarate torna a guardare alla città e alla sua storia chiedendo agli autori coinvolti di creare delle opere inedite che avessero come tema “Il torrente Arno e la città di Gallarate”.
Il corso d’acqua che attraversa Gallarate fin dal Medioevo è un elemento metaforico e reale che racconta la storia della città e che ha segnato il suo sviluppo industriale e la conformazione dell’attuale identità del territorio. Contemporaneamente il fiume è fortemente radicato nell’immaginario collettivo quale fonte inesauribile di aneddoti, racconti che legano l’esperienza dei luoghi con il costante fluire delle sue acque.
In questo senso il titolo di questa edizione, Urban Mining / Rigenerazioni Urbane, fa riferimento a una pratica di scavo, di riscoperta di memorie, architetture, spazi e significati non solo dal punto di vista fisico e urbanistico ma anche simbolico.
Una prima serie di lavori è dedicata ad alcuni aspetti della città e costruisce un ponte con la ricerca di Ugo La Pietra le cui opere sono esposte, contemporaneamente al Premio Gallarate, fino al 18 settembre, negli spazi del MA*GA nella mostra Abitare è essere ovunque a casa propria.
Si tratta di Luca Trevisani (Verona, 1979) che propone Untitled un breve film che racconta le connessioni tra Gallarate, la sua storia e il suo territorio, attraverso le ciminiere che ne caratterizzano il paesaggio. Le ciminiere sono prese in esame in quanto sedimento di memoria culturale e industriale e sono messe in relazione con una scultura di Fausto Melotti, La Baracca, appartenente alle collezioni del MA*GA.
In parallelo, A12, collettivo di architetti, fondato a Genova nel 1993, che affronta in maniera trasversale i temi dell'architettura, dell'urbanistica e dell'arte contemporanea, ha lavorato con Spazio Arno sulla doppia natura del torrente Arno: quella problematica, legata ai rischi di esondazione o di degrado, e quella positiva, definita dalla presenza di vegetazione all’interno della città.
A questa doppia natura dell’Arno corrispondono due sistemi di manufatti che denunciano la relazione tra città e fiume: i vari elementi fisici e tecnologici che costituiscono il sistema di monitoraggio e controllo e gli elementi architettonici di protezione dei ponti di attraversamento. Il progetto si basa sull’analisi di questi due sistemi, costituiti da oggetti che appartengono a tipologie dotate di una propria storia anche nell’ambito dell’arte e dell’architettura, e del loro rapporto con lo spazio urbano di Gallarate, con l’obiettivo di arrivare, attraverso la realizzazione di uno o più opere, esposte nella sede della Pro Loco di Gallarate, a una sintesi di questa doppia natura del fiume.
Accanto alla ciminiera di via Rusnati, Ludovica Carbotta (Torino, 1982) presenta Monowe Maga, la progettazione di una città per un solo abitante. Monowe ricalca la struttura della polis, con tutti i suoi sistemi, le sue infrastrutture, costringendola a uso privato e individuale. Monowe riproduce un sistema comunitario in una versione per il singolo, contraddicendo il significato stesso di città-polis e rappresentando l’esasperazione di processi di speculazione edilizia secondo lo schema delle gated communities: un luogo talmente esclusivo da diventare una sorta di prigione nella quale l’unico abitante decide di vivere spontaneamente.
Per Gallarate, l’artista piemontese realizzerà una delle strutture di Monowe, ovvero un ponte di osservazione sulla città sottostante.
Altri artisti hanno invece privilegiato problematiche connesse con la natura: la sua definizione all'interno di paesaggi industrializzati, la sopravvivenza e la forza evocativa e narrativa che ancora può suggerire.
È il caso di Gallarate Hardcore di Luca Bertolo (Milano, 1968), frutto di un’azione che ha visto, inizialmente, la raccolta, lungo gli argini dell’Arno, di alcuni frammenti di origine naturale (piante, rocce, microorganismi) e artificiale (cocci, pezzi di plastica, e altro), poi copiati dal vero, in scala 1:1, con matite colorate su carta. Questi disegni saranno successivamente esposti all’interno del MA*GA e stampati su grandi poster, affissi a Gallarate.
O ancora di Christiane Löhr (Wiesbaden, 1965) e Luca Francesconi (Mantova, 1979) che si confrontano con la collezione del Museo Archeologico della Società Gallaratese per gli Studi Patri. In particolare, le sculture dei due artisti dialogano idealmente con il torrente Arno che scorre proprio a fianco dell’edificio che ospita il museo e di Ettore Favini (Cremona, 1974) che, per il Premio Gallarate 2016, ha studiato il progetto Private view. 2016 che ha visto la realizzazione di una piccola seduta trasportabile, che il pubblico può prendere in prestito e spostare lungo la riva dell’Arno, al fine di godere la propria visione privata del torrente e conservare un ricordo piacevole di uno luogo o una memoria legata a esso. Contemporaneamente, all’interno del MA*GA, Favini ha installato un elemento che riproduce il corso attuale del fiume, oltre a un libro sul quale i visitatori scriveranno le emozioni derivate dalla loro visita personale al torrente stesso.
Un'ultima sezione è invece dedicata a considerazioni che toccano oltre ai luoghi e alle esperienze che abbiamo di essi, anche alcuni aspetti di carattere più sociale che investigano la comunità come corpo fluido e le pratiche, le memorie e i comportamenti che li caratterizzano.
Marzia Migliora guarda al passato industriale di Gallarate, alla sua imponente produzione oggi in profonda crisi; Luca Francesconi affronta temi anche più connessi ai cicli della natura, alla cultura contadina e all'utilizzo di oggetti e materie elementari, primitive.
Flussi (interrotti) di parole è il titolo del progetto di Cesare Pietroiusti (Roma, 1955) che ha visto una prima fase in collaborazione con tre centri per malati di Alzheimer, in cui gli ospiti si riuniscono per raccontare quello che si ricordano della loro vita. Le registrazioni di alcune di queste testimonianze sono state riviste da Pietroiusti per giungere alla formulazione di alcune brevi storie. Successivamente, si avvierà un laboratorio con un gruppo di studenti gallaratesi per produrre, da un lato, dei disegni che saranno esposti al MA*GA e, dall’altro, trascrivere coi gessi scolastici sui marciapiedi o sulle strade di Gallarate i “Flussi interrotti di parole”.
Il catalogo verrà pubblicato e presentato durante la mostra e conterrà tutta la documentazione delle opere prodotte in occasione della XXV Edizione del Premio Gallarate e gli atti della Giornata di Studi del 14 maggio 2016. 

Breve storia del Premio Gallarate.
Il Premio Nazionale Arti Visive Città di Gallarate venne fondato nel 1949 con lo scopo primario di costituire la Civica Galleria d'Arte Moderna attraverso le opere acquistate nelle diverse edizioni del Premio stesso.
La prima edizione fu inaugurata il 25 maggio del 1950 proponendo un panorama completo dell'arte italiana di quegli anni Cinquanta. La manifestazione mantenne una cadenza annuale fino al 1953, mentre dalla IV edizione in avanti gli organizzatori preferirono un appuntamento biennale. Nel corso della sua lunga storia il Premio Nazionale Arti Visive Città di Gallarate ha sempre avuto come obiettivo primario l’attenzione verso le nuove generazioni di artisti con l’acquisizione di loro opere, appositamente prodotte, da donare, una volta conclusa l’edizione, alla Città di Gallarate. Questo continuo afflusso di opere ha permesso la costituzione della Civica Galleria di Gallarate che dal 1966 ad oggi ha ampliato la propria collezione di arte contemporanea attraverso le circa 800 acquisizioni che il Premio Gallarate ha donato a conclusione di ognuna delle sue XXIII edizioni.
Il Premio Nazionale Arti Visive Città di Gallarate opera nel campo artistico, con la promozione di attività di ricerca in ambito culturale rivolte alle nuove generazioni e alla sperimentazione di nuovi linguaggi nel panorama artistico nazionale; si propone inoltre di favorire occasioni di confronto nell'ambito culturale e di diffondere la conoscenza e la valorizzazione dei processi di cambiamento in atto nella nostra società rappresentati dalle espressioni dell'arte.
Infine, ogni edizione del Premio Gallarate ha come obiettivo principale l’arricchimento del patrimonio del MA*GA - Museo d’Arte Contemporanea di Gallarate con la selezione e l’acquisto di proposte innovative all’interno del panorama italiano dell’arte contemporanea.
Sin dalla sua costituzione, il Premio Gallarate si è rivolto ai giovani artisti e gli stessi fondatori che nel 1949 si riunirono per la prima volta, appartenevano all'Associazione Universitari Gallaratesi, guidata da Silvio Zanella, allora trentunenne.
Di grande prestigio inoltre alcuni nomi, di allora giovanissimi artisti, che le edizione del Premio premiarono, esposero e acquistarono per il Museo: Emilio Vedova (I edizione – 1950), Mauro Reggiani (II edizione – 1951), Giuseppe Ajmone (IV edizione – 1953), Ernesto Treccani (V edizione – 1955). Dopo l’edizione storica del 2000, atto dovuto nel cinquantesimo della sua costituzione, l’attenzione del Premio si è rivolta con maggior impegno all’arte emergente e le successive due edizioni sono state quasi totalmente realizzate con opere di giovani artisti emergenti: Pierluigi Calignano, Loris Cecchini e Adrian Paci (XXI/XXII edizione – 2004); Andrea Galvani, Moira Ricci, Alessandro Sambini e i Richard Simpson (XXIII edizione – 2009).

Gallarate (VA), 13 maggio 2016


URBAN MINING
RIGENERAZIONI URBANE
XXV edizione del Premio Nazionale Arti Visive Città di Gallarate
15 maggio – 17 luglio 2016
Inaugurazione: sabato 14 maggio ore 19.00

A cura di Michele Dantini, Carolina Italiano, Adachiara Zevi, Alessandro Castiglioni, Lorena Giuranna, Alessio Schiavo ed Emma Zanella

Gli artisti: A 12, Luca Bertolo, Ludovica Carbotta, Ettore Favini, Luca Francesconi, Christiane Löhr, Marzia Migliora, Cesare Pietroiusti, Luca Trevisani

Museo MA*GA, via De Magri 1 Gallarate
Orari: Martedì-Venerdì, 10.00-18.30
Sabato e Domenica, 11.00-19.00

Ingresso: € 5,00 intero; € 3,00 ridotto per studenti fino ai 26 anni, over 65, tesserati FAI – Fondo Ambiente Italiano e residenti in Gallarate.
Gratuito per i minori di 14 anni, disabili che necessitano di accompagnatore, accompagnatore del disabile, dipendenti MiBACT, accompagnatori e guide turistiche Regione Lombardia, 1 insegnante ogni 10 studenti, membri ICOM, soci AMACI, giornalisti accreditati, giornalisti con tesserino in corso di validità.

CARD MUSEI
MuseoCard permette l'ingresso libero e illimitato a tutti i Musei Civici per un anno e dà diritto a diversi vantaggi: riduzioni alle mostre nelle sedi espositive, attività in programma, visite guidate, audioguide e sconti sui prodotti in vendita nei bookshop. MuseoCard ha validità annuale a partire dalla data di emissione, è in vendita online (senza costi di prevendita) e può essere acquistata o ritirata nelle biglietterie di qualsiasi museo. In caso di acquisti regalo, è possibile cambiare l'intestazione al momento del ritiro della Card nelle biglietterie dei musei.

Scuole.
La didattica per le scuole è attiva dalle 9.30 alle 12.00 e dalle 14.00 alle 16.00.
Ogni progetto può prevedere uno o più incontri a discrezione degli insegnanti.
È possibile prevedere incontri e laboratori a scuola con modalità e temi da concordare.
I gruppi sono da intendersi per un massimo di 20 partecipanti.
Per info e prenotazioni 0331706051/52

Museo Archeologico della Società Gallaratese per gli Studi Patri.
Via Borgo Antico 4 Gallaratese
Orari: Venerdì, sabato e domenica 9,30 – 12,30/15-18
Ingresso gratuito


Ufficio stampa MA*GA
CLP Relazioni Pubbliche | Anna Defrancesco | Tel. +39 02 36755700 | anna.defrancesco@clponline.it | www.clponline.it

guardiola

Our contribution to "Atrii" exhibition: 8 postcard asking questions inspired by small structures found in vast spaces. A reflection about space, body, culture, work, boundaries, standardization, sharing...









Bando TwoCalls - "Gli alberi camminavano" (progetto finalista)

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The biblical story of the Tower of Babel or the recurring theme of the hubris in Greek tragedy tell us how man’s challenge to its limits can be dangerous. Both concepts are the expression of a conservative mind. The large monumental constructions (zigurrath and pyramids), realized in the era of human passage from a nomadic to an urban society, witness the attempt of those civilizations to maintain a relationship with the large scale of the territory, preserving the knowledge accumulated over thousands of years, albeit ending to exploit it as an instrument of power.
Man’s intelligence does not reside in going along with nature, but not totally losing contact with it. The well-balanced relationship between man and nature does not depend in suffering its laws, but in  the ability to read outwardly incomprehensible signs.
The large dam with his presence is a monument to the prominence of human intelligence and, at the same time, to the risk of its failure. The proposed intervention is inspired by overlooked warning signs of the tragedy: “the trees were walking, but no one saw” and, combining nature and artifice, is a warning to the attention to little things… “le bon Dieu est dans le détail”.
The proposed project does not provide a direct intervention on the surface of the dam, if not a small commemorative plaque, but focuses instead on pointing out the line identified by the intersection of the water level with the ground at the time when the landslide fell.
The line will consist of a path, a trail to be walked through like a procession to get as close as possible to the dam. Along the way some trees, placed on mobile carts hidden in the ground, will be activated by the passage of people and will move walking with them

Il racconto biblico della torre di babele o il tema ricorrente della hybris nella tragedia greca ci raccontano di come la sfida dell’uomo ai propri limiti possa essere pericolosa. Entrambi i concetti sono espressione di un pensiero conservatore. Le grandi costruzioni monumentali (zigurrath e piramidi) realizzate nell’epoca di passaggio dell’uomo da una società nomade ad una urbana testimoniano il tentativo di quelle civiltà di mantenere una relazione con la vasta scala del territorio, preservandone la conoscenza accumulata in migliaia di anni, seppur terminando per sfruttarla come strumento di potere. L’intelligenza dell’uomo non sta nell’assecondare la natura, ma nel non perdere del tutto il contatto con essa. La relazione equilibrata tra uomo e natura non dipende dal subirne le leggi, quanto dalla capacità di saper leggere segni all’apparenza incomprensibili.
La grande diga con la sua presenza è contemporaneamente un monumento alla grandiosità dell’ingegno umano ed al pericolo del suo fallimento. L’intervento proposto è ispirato ai segnali trascurati premonitori della tragedia: “gli alberi camminavano, ma nessuno vide” e, unendo natura e artificio, vuole essere un monito all’attenzione per le piccole cose… “le bon Dieu est dans le détail”.
Il progetto proposto non prevede un intervento diretto sulla superficie della diga, se non l’apposizione di una piccola targa commemorativa, ma si concentra invece sull’evidenziare la linea individuata dall’intersezione del livello dell’acqua con il terreno al momento del distacco della frana. La linea sarà costituita da un percorso, un sentiero percorribile come una processione laica per avvicinarsi il più possibile alla diga. Lungo il percorso saranno disposti alcuni alberi che, posti su carrelli mobili nascosti nel terreno e attivati dal passaggio delle persone, si muoveranno camminando insieme a loro.
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Piazza De Carlo

Triennale Live - Episodio #2
A12: Piazza De Carlo
Triennale di Milano 19/12/2014 - 11/01/2015
a cura di Paola Nicolin









Piazza De Carlo

TRIENNALE LIVE - Episodio #2
Un palcoscenico per l’archivio / Archive stage


Piazza De Carlo
Gruppo A12
  


Nell’ambito delle iniziative curate da Paola Nicolin sugli Archivi Storici della Triennale, Triennale Live. Un palcoscenico per l’archivio,Gruppo A12 è lieto di presentarePiazza De Carlo.


Piazza De Carlo è un progetto di uno spazio dove si può sostare e un crocevia di storie diverse: quelle di un passato remoto, raccolte dall’archivio della Triennale; quelle di un passato più recente esito dell’ “ incontro" di A12 con Giancarlo De Carlo e il suo lavoro; e infine quelle che verranno raccolte durante il periodo di permanenza della mostra. In quest’ultimo caso, il progetto prevede la raccolta di testimonianze, aneddoti e pensieri di chi ha avuto a che fare con il lavoro di De Carlo e che possano dare un contributo in merito all’attualità delle sue riflessioni e alla relazione tra l’architetto e la Triennale. Saranno così radunati contributi differenti: brevi interviste filmate, immagini, testi, video e contributi di altra natura che potranno essere postati sui social network con l’hashtag #piazzadecarlo. Piazza De Carlo è un luogo in cui si sovrapporranno con la libertà e la casualità tipica dell’incontro in uno spazio pubblico aperto e accessibile immagini, parole e testimonianze, che il visitatore potrà – o meno – mettere in relazione.



Piazza De Carlo inaugura alla Triennale di MilanoGiovedi 18 Dicembre alle ore 18.30, in concomitanza con l’apertura della mostra sugli schizzi di De Carlo curata da Anna De Carlo e Giacomo Polin. 
Oltre a rendere fruibili alcuni dei documenti presenti nell’Archivio della Triennale (immagini delle tre Triennali a cui ha partecipato, i tre video della Trilogia del 1954, alcuni testi), saranno raccolti dei materiali per un “Archivio in più”, invitando persone che nel loro percorso professionale hanno incontrato De Carlo e il suo lavoro a lasciare una testimonianza sull’attualità del suo pensiero. Si tratterà di brevissimi contributi filmati (ripresi il giorno dell’inaugurazione,giovedì 18 dicembre tra le 17.30 e le 20, o l’11 gennaio) e/o  di contributi di altra natura (testi, immagini) che recupereremo via mail o sotto l’hashtag #piazzadecarlo, #latriennalelive tramite i social network istagram, twitter o Facebook.




Speriamo di vedervi e di raccogliere i vostri contributi.



Gruppo A12
Andrea Balestrero, Gianandrea Barreca, Antonella Bruzzese, Maddalena De Ferrari




Practices as an Intersection in a Fragile Environment

Claudio Zecchi
Practices as an Intersection in a Fragile Environment - La Fabbrica del Vapore - Milano Bjcem Aisbl Bjcem - Association Biennale des Jeunes Créateurs de l'Europe et de la Méditerranée
 

Day 2: 02/12/2014

10.30 - 13.00
A reflection on the quality of the urban space
Starting from the project "Small spaces to treat with kindness" A12 (Maddalena de Ferrari Antonella Bruzzese Andrea Balestrero) will debate together with the art historian and curator Francesca Guerisoli some fundamental issues relating to the quality of urban space, the role of artistic interventions in the public space and the forms of involvement and participation of the people as a potential response to the needs of the community itself.
 

15.30 - 17.30
Francesca Guerisoli will present her book "La città attraente" specifically addressing the issue dedicated to the monument. What is the contemporary monument? How do we recognize it? What is its function?


 

la sovversione del sensibile




MILANO - FABBRICA DEL VAPORE
5 DICEMBRE 2014 - 11 GENNAIO 2015
LA MOSTRA
LA SOVVERSIONE DEL SENSIBILE
A cura di Marco Trulli

L’esposizione presenta una selezione di opere di nove artisti che hanno partecipato alle varie edizioni della Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo

Dal 5 dicembre 2014 all’11 gennaio 2015, la Fabbrica del Vapore di Milano (via Procaccini 4) ospita il progetto La sovversione del sensibile che presenta le opere realizzate da nove artisti che hanno partecipato alle varie edizioni della Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo: Gruppo A12 (IT), Charbel Samuel Aoun (LB), Embroiderers of actuality (Abdelaziz Zerrou - MA; Aglaia Haritz - CH), Gian Maria Tosatti (IT), Alexandros Kaklamanos (GR), Sigurdur Atli Sigurdsson (IS), Khaled Jarrar (PS), Didem Erk (TR), Moussa Sarr (F).
L’iniziativa, curata da Marco Trulli, promossa dal Comune di Milano, è organizzata da BJCEM, Associazione Internazionale senza scopo di lucro fondata nel 2001 con l’obiettivo di promuovere la creatività artistica giovanile, supportandone la mobilità e la formazione. Proprio in questa linea progettuale s’inserisce la Biennale dedicata a giovani artisti sotto i 35 anni provenienti dall’area Euro-mediterranea.
Il titolo della rassegna trae origine dalle tesi di Jacques Rancière, il quale nel suo La distribuzione del sensibile, compie una lettura critica dei ‘regimi d’informazione’; allo stesso modo,  l’esposizione propone una riflessione su quelle forme artistiche che si concentrano sulla relazione tra arte e politica immaginando “nuove configurazioni del visibile, del dicibile e del pensabile e, dunque, un paesaggio nuovo del possibile.”
Alla Fabbrica del Vapore, gli artisti, utilizzando una pluralità di media che vanno dal video all’installazione, dalla fotografia al ricamo, si interrogano sulla relazione inestricabile tra le forme del poetico e del politico, producendo “finzioni necessarie” all’interpretazione del reale. In particolare, riflettono sulla posizione dell’autore nel contesto sociale, culturale e urbano mediterraneo.
“Molti artisti - afferma Marco Trulli - ricercano nella rapporto tra desiderio e territorio la tensione necessaria per produrre la propria indagine estetica. Storie di confini e ricerche che interrogano lo spazio pubblico, proiezioni della pianificazione urbana futura. Sono quei progetti che, interpretando i territori come “macchine desideranti”, riplasmano geografie e narrazioni nomadi. In questo senso la mostra presenta un panorama differenziato di approcci e tentativi di relazione con i contesti di riferimento producendo, di fatto, dispositivi di ascolto o reinterpretazione del presente.

La Sovversione del Sensibile è anche un itinerario geografico e geopolitico che riannoda alcuni punti nevralgici del Mediterraneo: da Lampedusa a Gezi Park, dal Muro di Gerusalemme alla Medina di Tetouan. Allo stesso tempo, vengono presentate anche ricerche più intime che lavorano sulla proiezione personale dell'artista nello spazio e nell'immaginario pubblico e sociale.
Tra le iniziative collaterali, lunedì 1, martedì 2 e mercoledì 3 dicembre 2014, alla Fabbrica del Vapore di Milano, si tiene Practices as an Intersection in a Fragile Environment a cura di Claudio Zecchi, una piattaforma di dibattito e riflessione, strutturato in tre panel discussions, in una prospettiva che pone le pratiche artistiche al centro di un percorso che ha le proprie coordinate di riferimento in un territorio fragile e precario come quello del rapporto tra arte e attivismo.
Parteciperanno: Fokus Grupa (artisti, Croazia); Khaled Jarrar (artista, Palestina); Gruppo A12 (artisti/architetti, Italia); Francesca Guerisoli (storica dellʼarte e curatrice, Italia); Isola Art Center (progetto, Italia).

Milano, novembre 2014


LA SOVVERSIONE DEL SENSIBILE
Milano, Fabbrica del Vapore - Sala delle colonne (via Procaccini 4)
5 dicembre 2014 - 11 gennaio 2015

Inaugurazione: 4 dicembre 18.00 - 22.00

Orari:
da lunedì a domenica 14.00 - 19.30
25 - 26 dicembre, 1 gennaio 16.00 - 19.30
Ingresso gratuito

Informazioni: communication@bjcem.org

Ufficio stampa
CLP Relazioni Pubbliche
Anna Defrancesco, tel. 02 36 755 700
anna.defrancesco@clponline.it; www.clponline.it

Comunicato stampa e immagini su www.clponline.it

Gli artisti

Khaled Jarrar - Palestina (1976)
Ha partecipato alla Bjcem Roma, 2011
Didem Erk - Turchia (1986)
Ha partecipato alla Bjcem Salonicco 2011
Charbel Samuel Aoun - Libano (1980)
Ha partecipato a Mediterranea 16, Ancona 2013
Embroiderers of Actuality: Abdelaziz Zerrou - Marocco (1982), Aglaia Haritz – Svizzera (1978)
Abdelaziz Zerrou ha partecipato alla Bjcem Bari, 2008
Alexandros Kaklamanos - Grecia (1982)
Ha esposto a World event young artist, Nottingham 2012
Moussa Sarr - Francia (1984)
Ha partecipato alla Bjcem Salonicco, 2011
Gian Maria Tosatti - Italia (1980)
Ha partecipato a Mediterranea 16, Ancona 2013
Gruppo A12 – Italia (fondato a Genova nel 1993): Andrea Balestrero (1970), Gianandrea Barreca (1969), Antonella Bruzzese (1969), Maddalena De Ferrari (1969), Massimiliano Marchica (1970)
Ha partecipato alla Bjcem Torino, 1997
Sigurður Atli Sigurðsson  - Islanda (1988) 
Ha esposto a Mediterranea 16, Ancona 2013



up@giotto

please have a look:

http://upgiotto.tumblr.com/

se di-segno




“Se di-segno”

23 - 26 gennaio 2014
Inaugurazione 23 gennaio ore 19

Padiglione Esprit Nouveau
Piazza Costituzione 11, Bologna



Inaugura giovedì 23 gennaio, in occasione dell’apertura di Arte Fiera 2014, la mostra “Se di-segno”, curata da Sergia Avveduti con Irene Guzman e patrocinata dall’Accademia di Belle Arti di Bologna con la collaborazione della Regione Emilia Romagna. Il progetto è sviluppato con la partecipazione di Francesco Calzolari, Gino Gianuizzi, Anteo Radovan.

Saranno in mostra opere di cinquantotto artisti, architetti, grafici e designer esposte nei prestigiosi spazi del Padiglione Esprit Nouveau, progettato da Le Corbusier in occasione dell'Esposizione Internazionale del 1925 a Parigi  e ricostruito nel 1977 proprio davanti  all’ingresso principale della Fiera di Bologna.
Saranno inoltre esposti i disegni che gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna hanno realizzato nell’ambito del workshop “Se io disegno”, coordinato dalla stessa Sergia Avveduti oltre che dagli artisti David Casini, Cuoghi Corsello e Patrizia Giambi.

Il tema della mostra pone l'accento sul disegno, una delle forme più antiche di espressione artistica, oggi al centro di un processo di ridefinizione e ampliamento concettuale dei propri confini.
Nell'ottica attuale, infatti, il disegno spesso si richiama fortemente alle più diverse pratiche d'arte, innescando un rapporto stimolante di contaminazione tra video, installazioni, fotografia e pittura, e  acquisendo così la capacità di travalicare i limiti delle singole discipline artistiche.
Allo stesso modo una nuova concezione del disegno consente di favorire interferenze e interscambi culturali tra architettura, design, grafica e arti visive. Il Padiglione dell'Esprit Nouveau accoglie dunque al suo interno gli stimoli e le suggestioni che giungono da noti artisti, designer, architetti e grafici di respiro internazionale.
In questo senso “Se di-segno” intende documentare la ricerca che indaga un'area di confine esistente tra l'ambito più ampio e articolato del “Visivo” e quello specifico della “Cultura del Progetto”.

Sono dunque in mostra un nucleo di opere realizzate da architetti/designer che in passato hanno dato vita al  clima “Radical Design” e che oggi proseguono nel dare testimonianza ad un approccio libero e privo di schematismi al disegno. In particolare saranno esposte opere di Andrea Branzi, Paolo Deganello, Lapo Binazzi, Ugo La Pietra e Gianni Pettena. Analogamente, su una stessa linea di significativo rinnovamento, si pongono gli interventi di A12, Massimo Iosa Ghini, Alessandro Guerriero e Maurizio Navone.

Alcuni artisti propongono in mostra opere che contengono elementi innovativi nel reinterpretare il ruolo del disegno, pur nella scelta di mantenere supporti tradizionali. Tra questi: Francesco Arena, Stefano Arienti, Sergia Avveduti, Thomas Bonny, Thomas Braida, Pierpaolo Campanini, David Casini, Giuseppe Chiari, T-Yong Chung, Maurizio Donzelli, Emilio Fantin, Andrea Gnudi, Mariella Guzzoni, Gianluca Malgeri, Maurizio Mercuri, Margherita Morgantin, Elèna Nemkova, Valerio Nicolai, Davide Rivalta, Fabrizio Rivola, Marco Samorè, Sissi, Serena Vestrucci, Italo Zuffi.

Altri artisti, facendo proprio il tema curatoriale, hanno preferito scegliere una forma espressiva differente, affidandosi ad interventi installativi. Come, ad esempio, Simone Berti, Sergio Breviario, Cuoghi Corsello, Giovanni De Francesco, Patrizia Giambi, Marco Gobbi, Alessandro Gori, Daniele Maffeis, M+M, Liliana Moro, Andrea Nacciarriti, Giovanni Oberti, Marta Pierobon, Cesare Pietroiusti, Leonardo Pivi, Luca Trevisani.

Presentare la propria ricerca in forma di libro è stata la scelta di Alessandro Pessoli, Sabrina Mezzaqui, Luca Vitone, Aldo Grazzi, Marco Mazzoni, Claudia Losi e Arianna Fantin.

Sarà infine una performance, che si terrà il giorno dell’opening alle ore 20.00, a lasciare la traccia del gesto nell’opera di Ettore Favini.

L’apertura della mostra, dalle ore 16.00 in poi, si estende alle serate di dj-set a cura di Der Standard e ViNilo Shop a partire dalle ore 19.00, con il seguente calendario:
Giovedì 23 > dj kERN
Venerdì 24 > dj Spanna aka Corrado Beldì e Andrea Salvatori | Hawanna dj
Sabato 25 > dj Balli

“Se di-segno”
un progetto a cura di Sergia Avveduti con Irene Guzman e la collaborazione di Francesco Calzolari, Gino Gianuizzi, Anteo Radovan
Padiglione Esprit Nouveau, Piazza Costituzione 11 – Bologna
Inaugurazione 23 gennaio ore 19
24 > 25 > 26 gennaio dalle ore 16
23 > 24 > 25 gennaio Bar e DJ set (dalle ore 19) a cura di Der Standard e ViNilo Shop
Patrocinio di Accademia di Belle Arti di Bologna
con la collaborazione di Regione Emilia Romagna
Si ringraziano per la collaborazione gli Architetti Michele Zanelli e Cesare Zanirato, Gian Maria Martini e gli studenti del Dipartimento di Comunicazione e Didattica dell’Arte e Mediazione Culturale del Patrimonio Artistico dell’Accademia di Belle Arti di Bologna.

PSDTCG instant book - Triennale di Milano - Sabato 18 Maggio

 Milano e Oltre

Nell'ambito della mostra "Milano e Oltre" presso la Triennale di Milano A12 curerà il Workshop "PSDTCG instant book"

L’iniziativa prende spunto dal progetto di A12 Piccoli spazi da trattare con gentilezza e vuole essere una riflessione collettiva intorno al ruolo e al significato dello spazio pubblico (milanese in particolare) e ai modi in cui le persone se ne appropriano e lo trasformano.

PSDTCG instant book è una giornata di lavoro in cui A12 con alcuni studenti provenienti da Domus Academy, Naba, Politecnico e il pubblico interessato realizzeranno una fanzine. Nello spazio della Triennale le persone scriveranno, stamperanno foto, faranno collage per realizzare un piccolo libro che sarà presentato e discusso con alcuni invitati esterni a fine giornata.

SABATO 18 MAGGIO // dalle ore 10.30 alle 20.00  // Triennale di Milano

ISCRIVETEVI SARA' DIVERTENTE E INTERESSANTE!

qui tutte le informazioni e la scheda di iscrizione

Piccoli spazi da trattare con gentilezza/Small places to treat with kindness

Cosa sono i piccoli spazi da trattare con gentilezza?/ What the small places to treat with kindness are?
Sono spazi di scarto, apparentemente senza qualità, sono spazi aperti collettivi, situati dentro alla città, di dimensione tale da poter essere una risorsa per il quartiere; sono spazi già dotati di una forma riconoscibile, ma inutilizzati o trascurati.Ci si passa tutti i giorni e non ci si rende conto di quanto poco siano ospitali e di quanto poco basterebbe per renderli accoglienti/They are “waste spaces”, apparently without any quality, small public spaces inside the city, but big enough to result a resource for the neighborhood; they are still recognizable, but unused or neglected. Everyone can daily see them without realizing how little they are livable and how little it could take to make them welcoming


Perché una mappatura?/ Why mapping?
Anche se lo spazio pubblico di Milano spesso manca di qualità, la città è ricca di questi piccoli spazi che vale la pena riconoscere, individuare e mappare/
Even if the public space of Milan often lacks of quality, the city is full of these small places, that it is worth recognizing, identifying and mapping


Che cosa vuol dire trattarli con gentilezza?/ What does it mean “treat with kindness”?
Come “brave padrone di casa” prendersi cura di questi spazi con piccoli gesti e micro interventi che ne possano sottolineare e valorizzare le qualità inespresse/ It means take care of these spaces as good “landladies”, with small gestures and acts, micro events able to underline and improve their wordless qualities

A12 on MARS



Mercoledì 10 aprile 2013 alle ore 18,30 lo spazio MARS di Milano inaugura la mostra di A12, Enrico Piras e Gian Paolo Striano.

APPUNTI PER LA CITTA’ DEL POCO FUTURO
La diminuzione della natalità, insieme con la crisi economica, riduce drasticamente le prospettive e la capacità di orientarsi verso il futuro. Ma è la condizione della vecchiaia che più di tutte le altre, limita questa possibilità. Vecchiaia, terza o quarta età, non solo sono oggetto di studi e previsioni demografiche, ma sono al centro delle preoccupazioni dei governi nazionali e delle politiche sociali, così come delle mire del mercato per il giro di affari che possono rappresentare. Ma anche se la soglia di attenzione intorno a questo tema sta progressivamente salendo, resta ancora fuori fuoco la riflessione sulle implicazioni che la vecchiaia ha sulla città, sui suoi spazi, sulla sua organizzazione. Sembra mancare soprattutto una visione di ampio respiro come quelle che solo le avanguardie artistiche ed il pensiero utopico sono riusciti a proporre.
Cosa succede dunque se proviamo a mettere al centro di un’utopia un idealtipico uomo anziano? E soprattutto cosa significa costruire una visione urbana per una città dedicata e costruita su misura per questo genere di persone? "Appunti per la Città del Poco Futuro" è una raccolta di appunti per il progetto di una nuova utopia urbana, interamente dedicata agli anziani.

A12 è un collettivo di architetti che dal 1993 lavora sui confini tra arte e architettura. www.gruppoa12.org

THE DISTANCE IN BETWEEN
The Distance in Between è una video narrazione che presenta e collega tra loro temi differenti di cui si nutre la mia ricerca. La luce e i suoi influssi sulla nostra percezione, le rovine architettoniche e le relazioni tra cristalli minerali e miraggi sono fenomeni accostati e rielaborati attraverso il recupero e l'unione di diverse teorie scientifiche e visive. Con un approccio narrativo nella riformulazione di teorie che hanno apparentemente perso il loro valore scientifico, cerco di mostrarne il valore in rapporto all'Estetica e all'Immagine. Questo lavoro presenta una concezione dell'Universo formulata nella seconda metà del 1700 da un artista e scienziato francese, che spiega l'origine di quei fenomeni naturali che hanno influenzato lo sviluppo della categoria estetica del sublime, attraverso l'influsso dei raggi solari e della luce. Il testo è accompagnato una serie di osservazioni visive, appunti sulla visione realizzati attraverso il filtro di prismi ottici e lenti.

Enrico Piras (1987) è artista visivo e co-fondatore del collettivo Elliptical Research Foundation
http://enricopiras.tumblr.com/


SUPERFICIE PROFONDA / MANNEMEN
La trasparenza e la riflettanza sono fenomeni antitetici ma entrambi peculiari del vetro,così come lo sono la fragilità e la durezza, nei due “esercizi” proposti, queste prerogative si fanno funzionali a una costante ricerca sui materiali. “superficie profonda” appare come un piccolo specchio, ma a seconda dell’incidenza della luce artificiale su di esso, ad esempio quella di un telefono cellulare, rivela l’immagine di una grotta, un luogo segreto in cui la camorra ha per anni stipato rifiuti tossici, la prassi individualista dello specchiarsi, impedisce la vista di un’insidia profonda. L’altro lavoro in mostra ”mannemen” è composto da una scultura nella quale le due metà di un recipiente in vetro spaccato, sono congiunte tramite un collante elastico che ne evidenzia la dinamica al momento del collasso strutturale.

Gian Paolo Striano è nato a Napoli nel 1977 dove vive e lavora


OPENING: 10/4/2013 ORE 18.30 / 21.00

INFO: 3476213364 - 3280944356 - 3338975745

MARS via G.Guinizzelli, 6 Milano - MM PASTEUR - mars.mailto@gmail.com www.marsmilano.com

A12/Baukuh@Pinksummer










Comunicato stampa  
(scroll down for english text)

pinksummer - Drammatica e paurosa l'immagine che avete scelto per l'invito della mostra da pinksummer. Il medesimo angelo, sulla tomba della famiglia Ribaudo al cimitero di Staglieno, scelto dai Joy Division per la copertina del singolo” Love we will tear us apart”. Partiamo da ciò che vi unisce: d'acchito in comune avete Genova e Stefano Boeri, oltre all'architettura in sé. L’imprinting con il genius loci vi ha insegnato solo a darvela a gambe levate? L'approccio sociale (politico?) e sconfinante di Boeri invece?

baukuh - Al di là della – fin ovvia – associazione con la condizione “terminale” di Genova, città di vecchi e soprattutto con poco interesse per un qualsiasi futuro, l'angelo dei Joy Division lo abbiamo anche scelto un po' per caso. In certo modo è anche rivelatorio che si tratti di un'immagine di Genova prodotta dal di fuori, che è ormai la nostra condizione. Peraltro nel nostro caso, noi (cinque su sei) non siamo nemmeno di Genova. Abbiamo scelto ad un certo punto di lavorare lì, poi abbiamo preferito muovere lo studio, ora vorremmo (almeno parzialmente) riaprire anche a Genova. Sarà che facciamo gli architetti, ma abbiamo un rapporto molto poco sentimentale con le città. Le città si possono usare, per un po', poi magari si cambia idea, poi magari si cambia idea un'altra volta. Quanto al genius loci di Genova, detto da gente che viene da fuori, non ci dispiace. Certo, è chiaramente suicida, ma ha una sua grandezza.

Quanto a Stefano Boeri, era una scelta obbligata, non è che ci fossero molte alternative. Non so se avete un'idea della situazione dell'architettura in Italia alla fine degli anni novanta. Quindi anche per chi, come noi, in un certo senso aveva interessi anche piuttosto distanti da quelli di Stefano, era abbastanza inevitabile finire per lavorare con lui. E poi Stefano è una persona estremamente intelligente e generosa, capace di mettere assieme persone molto diverse. E ha il pregio di non considerarsi, lui per primo, un fallito, il che, lavorando con lui, ti dava l'impressione – del tutto eccezionale in quel contesto – che potesse anche darsi il caso che non fossi un fallito nemmeno tu.

 Gruppo A12 - Siamo due gruppi di architetti, anche questa dimensione di lavoro collettivo, seppure portato avanti con modalità e storie differenti ci accomuna, ma probabilmente anche con la città e con Stefano Boeri abbiamo avuto rapporti molto diversi. La canzone parla di un amore tormentato e Genova non è una città facile. Imparare a vederla un po' anche con gli occhi di chi ne sta fuori è un esercizio che sarebbe salutare per tutti i genovesi. Quanto a Stefano, lo abbiamo incontrato all'inizio degli anni '90, noi poco più che ventenni, lui poco più che trentacinquenne al suo primo incarico di insegnamento come professore associato. Sicuramente una ventata di aria fresca in un sistema accademico piuttosto stantio, con in più la capacità di coinvolgerti facendoti sentire alla pari. A12 stava nascendo proprio in quel periodo, da lì sono nate una serie di collaborazioni, anche se con il gruppo in quanto tale non sono proseguite poi così a lungo.

pinksummer - Abbiamo letto da qualche parte che dopo la fine del classicismo e il tramonto del modernismo, rispetto all'architettura siamo in un tempo di post-critica, di post-teoria, probabilmente di post e basta (anche nell'arte siamo dentro all''imperativo " mordi e fuggì" del curatore, un po' assimilabile al "vendi guadagna e pentiti" della finanza agnostica o becera che sia). In questo senso l'architettura è da intendersi come un mestiere sprofondato nel mero pragmatismo e sempre nello stesso senso la mostra da pinksummer potrebbe essere considerata un'aporia, una impossibilità, un'assurdità, o anche solo una perdita di tempo?

Gruppo A12 - In realtà nell’architettura, a fronte della crisi economica che ha colpito in maniera pesantissima il settore immobiliare, e di una disciplina che si è adagiata sugli stilemi di alcuni professionisti di larga fama, ultimamente si assiste a una grande ripresa di interesse per il “disegno”, i progetti “speculativi” (nel senso di speculazione intellettuale, non immobiliare), e tutto ciò che per l’architettura corrisponde abbastanza alla ricerca pura.

Come gruppo si può dire che la maggior parte della nostra attività è stata improntata a questo tipo di ricerca, anche se a causa del nostro atteggiamento molto più pragmatico che teoretico ciò si è tradotto in installazioni effimere invece che testi, diagrammi o grandi tavole disegnate.
Rispetto all’abuso del “post” è probabilmente dovuto a un vizio della critica che non è capace di definire più nulla se non in rapporto a quello che c’è stato prima.

baukuh – A esser sinceri, di pragmatismo/affarismo, al momento ce n'è ben poco. Il mercato immobiliare sembra essere morto per mai più risorgere (e probabilmente non risorgerà, perlomeno nei termini in cui lo abbiamo conosciuto fin qua) per cui, in uno scenario di disoccupazione giovanile attorno al 35% sembra difficile immaginare che si possa essere così impegnati a far soldi da non poter fare una mostra.

Per quanto riguarda invece tutta quella fila di post-qualcosa che dicevate, crediamo che sia una prospettiva che non aiuta molto. Forse è proprio l'assunto di base di tutto il modernismo e postmodernismo eccetera che va messo in discussione. Non possiamo più pensare nei termini di uno sviluppo storico univoco a cui dobbiamo solo restare agganciati, come se lo Zeitgeist viaggiasse sulla motocicletta e noi dovessimo starci attaccati come se fossimo sul sidecar. Direi che Latour ha chiarito a sufficienza che questo tipo di modernità è solo una superstizione.

 pinksummer - Una domanda scema per Baukuh. A proposito del vostro "Due saggi sull'architettura" ( Sagep editori 2012) abbiamo pensato all'interno di una comparazione assai arbitraria al film di Milos Forman “Amadeus”. Giorgio Grassi è Salieri, poveraccio e Aldo Rossi è il Mozart della storia dell'architettura, poverino?

 baukuh - “Amadeus” di Forman è uno dei film più stupidi di tutti i tempi, e Mozart sembra semplicemente uno scemo posseduto da uno spirito superiore che è esattamente quello che NON pensiamo a proposito del lavoro intellettuale. Lavorare è fatica, per tutti, e Mozart non era certo quel demente fortunato che sembra dal film (che riteniamo proprio fascista nel dare un'idea dell'arte di quel tipo).

Quindi la risposta è che Grassi è Salieri e Rossi anche lui è Salieri, ma soprattutto anche Mozart è Salieri, anche perché altrimenti sarebbe solo un pirla.

 pinksummer  - Una domanda per Gruppo A12. A proposito dei vostri interventi  al Kröller-Müller Museum  e alla Biennale di Venezia Arti Visive del 2003: persiste una differenza sostanziale tra "impianto" o anche "dispositivo architettonico" (cosi abbiamo sentito definire le vostre architetture in quelle occasioni), rispetto all'architettura vera e propria? E se esiste, è solo un problema di temporaneità o anche di responsabilità?

 Gruppo A12 - Quei termini hanno un significato specifico e sono stati probabilmente utilizzati per descrivere i nostri interventi perché, messi di fronte al progetto di una particolare tipologia architettonica (il padiglione espositivo temporaneo) la nostra risposta è stata assai più ampia di una mera risoluzione del tema architettonico dal punto di vista formale e funzionale. Allargandosi ad una riflessione sulla natura dello spazio collettivo e della condizione urbana. Entrambi quegli interventi possono essere considerati una sorta di manifesto di un’idea di architettura piuttosto precisa, valida in senso generale. La loro natura effimera, su cui molti si sono concentrati è stata per noi del tutto accidentale ed è legata al fatto che, per varie ragioni, quasi solo nel contesto delle esposizioni d’arte contemporanea siamo riusciti a trovare lo spazio per esprimere queste idee.

pinksummer - Avete rapporti con l'architettura vernacolare?

 Gruppo A12 - In qualche modo è impossibile non averne (bene o male anche tutta l’architettura “colta” o “d’autore” ha origine da lì), ma non possiamo dire di avere un interesse specifico per il tema o un particolare “gusto” per l’estetica vernacolare, le tecniche costruttive tradizionali o le architettura spontanee, anche se l’aspetto di alcuni nostri lavori potrebbe sembrare riconducibile ai temi dell’auto-costruzione, che è una delle possibili interpretazioni del termine che usate. Il nostro approccio alla costruzione del progetto, anche nei suoi aspetti formali, è molto più concettuale.



baukuh - No.

Se per “vernacolare” si intende un prodotto di qualche minoranza da compatire, di qualche poveretto a cui gettare un'elemosina per mettersi l'anima in pace, allora è una cosa eticamente disgustosa. Non crediamo per niente alla presunta “architettura senza architetti”, che è sempre e solo architettura fatta da “architetti” (perché tali sono, anche se non hanno il timbro dell'ordine) oppressi, dimenticati, sfruttati. Se questa “architettura senza architetti” ha raggiunto un qualche risultato formale – e spessissimo è andata così – è sempre e solo perché c'era un progetto consapevole, e quindi c'era un architetto, anche se se ne sono perse le tracce.

Se invece per “vernacolare” si intende solo un'estetica “pittoresca”, dove tutto è un po' più sfumato, un po' più aggiustato, un po' più gentile, un po' più innocuo, quella è semplicemente robaccia.



pinksummer - Il superdutch Rem koolhaas curatore della prossima biennale di Venezia, che ne pensate?

Gruppo A12 - In linea con la tendenza degli ultimi anni di affidare la direzione della biennale a importanti architetti internazionali invece che a critici o teorici dell’architettura. Sicuramente nel caso di Koolhaas siamo di fronte ad un architetto nella cui attività il peso della ricerca è per lo meno equivalente a quello della professione e ad uno dei personaggi che più radicalmente hanno cambiato il modo di fare architettura degli ultimi 30 anni, quindi siamo curiosi di vedere come affronterà il compito.

 baukuh - Koolhaas non c'entra niente con il “Superdutch”, che è il titolo di un libro di Bart Lootsma che forse dieci anni fa faceva incazzare, ma adesso fa solo tenerezza. Peraltro Koolhaas ha sempre detestato quel libro e non lo si può certo rimproverare per “Superdutch”, anzi, forse lo si può rimproverare al contrario per aver infierito contro quel povero cristo di Bart Lootsma, che gli è toccato emigrare in Austria, ma forse non è una questione molto interessante...

Koolhaas sarà un ottimo curatore. Direi che ha diritto di far quello che vuole e che noi ci fidiamo. In generale, di Koolhaas, Gerhard Richter, Derek Walcott e Steve Albini ci fidiamo. Possono fare tutto quello che vogliono.

pinksummer - Le città si ammalano e a volte muoiono anche, talvolta accade per cause naturali tipo che i porti s'insabbiano, altre volte è una politica infetta a insabbiarle. Genova sta morendo un po', non è irrorata da buoni collegamenti, è dissanguata dall'emigrazione costante. Genova è sempre più bella però. L'Architettura, quella vera, quella della città e per la città, non quella prepotente e individualista delle archistars, potrebbe essere una medicina? Ma non è un gatto che si morde la coda? L'architettura della città, della comunità può prescindere da una politica sana?

Gruppo A12 - No l'architettura non può essere una medicina per la società. Aldo Rossi, tra una sinfonia e un quartetto, a proposito delle relazioni tra politica e città, ci dice che "la città realizza se stessa attraverso una propria idea di città". Città, architettura, opera d'arte sono prodotti della società che le esprime. La qualità dell'architettura dipende almeno altrettanto dalla committenza che dagli architetti. Quindi una buona architettura pubblica è possibile solo quando la committenza pubblica (la politica) è consapevole dell'importanza della qualità dello spazio in cui vivono i cittadini, è convinta della necessità di un progetto coerente per ottenerla ed è determinata a superare tutte le difficoltà che dargli concretezza comporta. Ma non c'è nessun legame tra qualità dell'architettura e "sanità" della politica, per come potremmo intenderla noi oggi. Se rivolgiamo lo sguardo al passato ci accorgiamo che spesso anche regimi corrotti e feroci tiranni hanno prodotto architetture meravigliose.

baukuh - Per la specifica malattia di Genova, l'architettura non può essere una medicina. Solo la politica potrebbe esserlo.

pinksummer - Rispetto a questa riflessione che andrete ad annotare in forma di mostra da noi, muovete da approcci speculativi che conducono a esiti differenti. Voi baukuh rimandate a un pragmatismo che ci piace definire impropriamente "effetto farfalla". Agite pochissimo, ma siete affatto modesti: un fremito di ala appena percettibile, che provoca un ciclone (seppure contenuto e tendenzialmente quantificabile in potenza) di effetti migliorativi dello spazio e di conseguenza della vita in quello spazio. Avete una soluzione e la soluzione cresce e si sviluppa nel ventre dell'architetto.

Mantenendo questo stile inaspettatamente astrologico adatto all'anno appena iniziato, diremmo che Gruppo A12  è cresciuto nutrendosi genuinamente anche e soprattutto di architettura radicale, il vostro linguaggio rivendica la linearità etica modernista, l'utopia è il vostro faro, ma la quadratura cinica del postmoderno non è passata invano, e dunque quella luce che seguite, pur mantenendosi fulgida , incorruttibile e fatata tende a splendere in un mondo alla rovescia, dove il progresso e il mito  positivo e positivista dell'eterna giovinezza si schiantano rovinosamente. Voi lo fate schiantate di più amplificando semplicemente il rumore dello schianto. Tendete a non uscire dalla dimensione speculativa, talvolta l'architettura appare un pretesto, ma poi ci si accorge che è la condizione, la pietra fondante. Non avete soluzioni, ma ci viene da pensare che anche se ne aveste qualcuna in tasca vi sembrerebbe ingenuo offrirla, perché non potrebbe essere che parziale rispetto ai problemi che ponete o meglio che la storia pone e sui quali focalizzate per eccesso. In "12/11/1972" la mostra che presentaste nel 2002 da pinksummer, bella, il percorso era dal presente al passato e viceversa, per mostrare e dimostrare come la città possa essere letta come una sorta di diario scritto nell'alfabeto piuttosto oggettivo dell'architettura, in cui vengono annotati, consapevolmente o meno, tutti i cambiamenti della società. Focault entrava dentro al linguaggio e vi dimorava come si potrebbe  dimorare dentro a una città di mattoni e cemento in barba alle regole sistemiche di Giorgio Grassi elencate, analizzate e interpretate da baukuh nel loro "Due saggi sull'architettura". Nel nuovo progetto partite dal presente e il futuro lo deducete (noi sceglieremmo però il verbo evocare).

A Genova comunque vedere le farfalle è improbabile quanto incontrare Tredicino che corre dentro allo stivale delle sette leghe.

Cosa presenterete da pinksummer?

baukuh - Noi presentiamo una cosa molto semplice: un progetto che si intitola “Demolire Genova” e che propone la demolizione dell'1% del volume edificato di una città che negli ultimi venticinque anni ha perso un quarto della sua popolazione e che, allo stesso tempo, vive in una condizione idrogeologica disastrosa. Si tratta di un lavoro che è parte di una ricerca più ampia, che si intitola “Genova meno uno percento” (www.genovamenounopercento.it) e che coinvolge anche altri studi di architettura genovesi (Gosplan, OBR, Sp10, Una2) e che vuole richiamare l'attenzione su un problema e su una possibile opportunità che la città rischia di ignorare. Il progetto è descritto da due grandi disegni che restituiscono la situazione attuale e le trasformazioni proposte utilizzando come caso di studio la valle del Bisagno. Nonostante il titolo volutamente terrificante, “Demolire Genova” suggerisce una politica di demolizioni molto minute, piccoli, cautissimi interventi “chirurgici”. Questa cauta strategia consentirebbe di incrementare la quantità di suoli permeabili, di spazi verdi e di spazi pubblici a disposizione della città. Gli interventi proposti sono deliberatamente poco appariscenti; nei due disegni la differenza tra la situazione attuale e lo scenario proposto è pressoché impercettibile, eppure riteniamo che queste modeste trasformazioni potrebbero riattivare pezzi di città e promuovere quindi trasformazioni più ampie.

In fin dei conti, non ci stanchiamo di ripeterlo: noi siamo realisti. Se c'è una cosa che non ci interessa, sono le utopie. Le cose che proponiamo si possono sempre fare, anche se forse richiedono un piccolo cambiamento di prospettiva.

Gruppo A12 -Ritorniamo a rivolgere il nostro sguardo alla città di Genova concentrandoci su un fenomeno generale che qui si presenta in maniera particolarmente evidente: il progressivo invecchiamento della popolazione nella società occidentale. E’ una tendenza che si appresta a raggiungere un punto di soglia critica e ci interessano le possibili conseguenze sull’organizzazione delle città e dei loro spazi. Se rivolgiamo lo sguardo al passato, di fronte a cambiamenti di questo genere solo le avanguardie artistiche ed il pensiero utopico sono riusciti a proporre visioni dotate di un respiro sufficientemente ampio. Tuttavia, nel loro slancio verso il futuro, tutte le visioni utopiche o radicali hanno sempre posto al loro centro un uomo sano, nel pieno delle sue energie e potenzialità, della sua maturità e delle sue capacità produttive e riproduttive. Cosa succede invece se proviamo a mettere al centro di un’utopia un idealtipico uomo anziano? Un uomo, o una donna, che ha oltrepassato la soglia dei 65 anni e deve fare i conti con una condizione di debolezza se non di malattia? E soprattutto cosa significa costruire una visione urbana per una città dedicata e costruita su misura per questo genere di persone? In mostra presenteremo una raccolta di appunti per il progetto di una nuova utopia urbana, interamente dedicata agli anziani.

pinksummer - Una domanda per A12 ispirata da un articolo recentissimo (oggi) apparso sul Domenicale del Sole. Il progetto che andrete a presentare da pinksummer muove dall'idea di statistica e di probabilità per leggere un futuro non proprio radioso. Carlo Rovelli nell'articolo afferma che "La probabilità è la gestione oculata e razionale della nostra ignoranza", e che "Il teorema di Bayes fornisce una formula per calcolare come cambia la probabilità da attribuire a un evento, quando vengo a sapere qualcosa di più". Rispetto alla propensione della popolazione genovese a invecchiare oltre misura,  avete per caso individuato una possibile varianza, quantomeno su scala locale, alla decadenza, che non sia un maremoto, la carestia, la guerra o la pestilenza?

 Gruppo A12 - Da una rapida indagine su internet apprendiamo che il teorema di Bayes sta alla base dei filtri anti-spam dei programmi e-mail, ovvero è grazie a quel teorema se perdiamo messaggi di importanza vitale, senza riuscire ad evitarci quotidiane proposte di improbabili business da parte di sedicenti ex ministri centroafricani... quindi non siamo granché fiduciosi al riguardo. Tuttavia nel 1999 Nitin Desai, Sottosegretario Generale delle Nazioni Unite per gli Affari Sociali, in occasione del lancio dell’Anno Internazionale delle Persone Anziane,  affermava: "La longevità è un successo. È qualcosa che gli esseri umani hanno voluto fin dall’anno zero! Il fatto che la stiamo raggiungendo non dovrebbe essere considerato un problema. Dovrebbe essere considerato una conquista.” Noi aggiungiamo che, sempre dall’anno zero, l’apertura al cambiamento ed un atteggiamento progettuale e visionario si sono sempre dimostrati strategie particolarmente efficaci in situazioni difficili.





GRUPPO A12 / BAUKUH



Opening Saturday 2 February, 2013, 6.30 pm





Press release



pinksummer - Dramatic and frightening is the image you have chosen for the invitation card of your exhibition at pinksummer. The same angel on the Ribaudo family's tomb at the cemetery of Staglieno, that was chosen by the Joy Division for the cover design of their single” Love we will tear us apart”. Let's start from what Baukuh and Gruppo A12 have in common: Genoa and Stefano Boeri first, not to mention architecture itself. Did the common imprinting from the city, its genius loci, only taught you how to get away as fast as you can? What about Boeri's social (political?) approach?

baukuh - Beyond the - obvious - association with the “terminal” condition of Genoa, city of older people and most of all of no interest for whichever future, we chose the angel of Joy Division a little by chance. In a sense, it is also significant that this image of Genoa was produced outside the city, which is by now our condition. Moreover in our case, we (five on six) are not even from Genoa. At a certain point we have chosen to work there, then we have preferred to move the studio and now we would like (at least partially) to reopen our studio in Genoa. It is maybe because we are architects, we do have a very little sentimental relationship with the city.  Cities can be used for some time, then you may change idea, then maybe you changes idea once again. About Genoa's genius loci, speaking from our position of people who come from outside, we do not dislike it. Sure, it is clearly suicidal, but it has its own greatness.

As far as Stefano Boeri, that was an Hobson choice, as there were not a lot of other options. I do not know if you have an idea of the situation of the architecture in Italy at the end of the Nineties. Therefore even those, whose interests were rather distant from Stefano's, ended up to work with him almost unavoidably. Also Stefano is an extremely intelligent and generous person, able to gather together very diverse people. And he has the virtue of not considering itself a loser, which, while working with him, gave you the impression - completely exceptional in that context - that it could even happen that you may not be a loser, you either.

Gruppo A12 - We are two groups of architects, we share the same dimension of collective work too, even though carried out with different modalities and stories, and probably we are different even in our relationship with the city and Stefano Boeri. Joy Division’s song it is about a tormented love and Genoa is not an easy city. Learning to see it a little like the eyes of someone from outside do is a useful exercise that would be healthy for all Genoese people. Concering Stefano, we have met him in the beginning of the Nineties, when we were a little more than twenty years old. A little older than thirty five, he was at his first teaching assignment as associate professor. For sure that was a breath of fresh air in a rather creacky academic system, with the ability of involving you and let you feel you at par as a plus one. A12 was being born just in that period and from there a series of collaborations is been born, even though they did not continued then therefore over a long time span.

pinksummer – Somewhere we read that after the end of the classicism and the sunset of modernism, for architecture we are in the time of post-critic, of post-theory, probably just post and that's all (also for visual arts we are in the imperative hit-and-run of the curator, somehow close to the sell-earn-and-regret of the finance, agnostic or boor as it might be). In that sense, architecture is meant to be a trade sunk into the mere pragmatism and, in the same sense, the exhibition at pinksummer could always be considered an aporia, an impossibility, an absurdity, or just a loss of time?

Gruppo A12 - Actually in architecture, in front of the economic crisis that has hit in the heaviest way the real estate industry and in front of the discipline that has been lain down on the stylistic marks of some professionals of fame, we see an uprising interest for drawing, speculative projects (in terms of theory of knowledge, not real estate speculation) and for all what can pretty much represent the purest research to architecture. One can say that the majority of our activity as a groop has been based on that kind of research, even though, because of our much more pragmatic than theoretical attitude, everything has been ending up in temporary installation instead of texts, diagrams or big that has been translate in ephemeral installations instead that witnesses, diagrams or large drawing plates.

Regarding the abuse of “post”, that is probably due to a defect of the critics, that is not capable to define anything if not in connection with what it happened before.

baukuh - To be honest, there is very little pragmatism/profiteering at the moment. As real estate market seems to be dead and never resurrect (and probably it will not resurrect, at least as we have been knowing it so far), within a 35% juvenile unemployment scenario, it seems difficult to imagine that one can be so busy in making good money that he is not able to have an exhibition.

For what concerns all that list of post-something that you have mentioned, we believe that it is a perspective, which does not help very much. Perhaps it is just the fundamental assumption of the whole modernism and postmodernism that should be discussed. We cannot think in terms of an univocal historical development, to which we just should clutch, as if the Zeitgeist was riding a motorcycle and were attached like a sidecar. I would say that Latour has made clear enough that this type of modernity is just superstition.

pinksummer - A silly question for baukuh. Concerning your Two Essays On Architecture (Due saggi sull'architettura, Genova, Sagep editori, 2012), we have been thinking at a much arbitrary comparison to the movie “Amadeus” by Milos Forman. Giorgio Grassi is Salieri, poor thing, and Aldo Rossi is the Mozart of the history of architecture, poor thing?

baukuh - “Amadeus” by Forman is one of the more stupid movies of all the time and Mozart simply looks like a dumb guy possessed by a superior spirit, which is exactly what we do NOT think about intellectual work. Working is a hard work for everybody, and for sure Mozart was not such a lucky lunatic as he is pictured by the movie (that we consider totally fascist for giving such an idea of the art)

Therefore the answer is that Grassi is Salieri and also Rossi is Salieri, but above all also Mozart is Salieri, even because otherwise it would be just a jerk.

pinksummer  - A question for Gruppo A12. Something on your participations to the Kröller-Müller Museum and to the Venice Biennale of 2003: does it persist any substantial difference between architectonic "system" or even "architectonic device" (these being the definitions of your work, that we heard on those occasions) and actual architecture? And in case that difference exists, is it just a matter of temporality or even of responsibility?

Gruppo A12 - Those terms have a specific meaning and they have been used to describe our interventions probably because our answer to a particular typology of architecture (the temporary exhibition pavillon) was much wider than a mere solution of the architectonic theme in terms of form and function and opened a reflection on nature of collective space and the urban condition. Both of those participations can be considered some sort of manifesto for a rather precise idea of architecture, generally valid. Their ephemeral nature, on which many people focused, has been completely accidental to us and is related to the fact that, for several reasons, contemporary art exhibition are almost the only context, where we manage to express such ideas.

pinksummer - Do you have any relationship with vernacular architecture?

Gruppo A12 - For some reasons, it is impossible not to have it (believe it or not, even the "cultivated" architecture or “auteur architecture" origins from there). We cannot say that we have a specific interest for the topic or a particular “taste” for vernacular aesthetics, traditional construction techniques or spontaneous architecture, even if the appearance of some our jobs could recall self-made constructions, which is one of the possible interpretations of the term that you used. Our approach to the construction of the project, also in about its formal aspects, is much more conceptual.

baukuh - We don't.

If “vernacular” refers to the achievement of some minority to sympathize with, of some poor thing to whom you give something to charity to set your mind at rest, then it is ethically disgusting. We do not believe at all to the “architecture without architects”, that it is always and solely architecture made by “architects” (because such are they, even if they do not have the stamp of the order) overwhelmed, forgotten, exploited. If this “architecture without architects” has reached some formal achievement - as most of the time did - it was always just because there the awareness of a project and therefore an architect was there, even though his track got lost.

If instead by “vernacular” you mean simply a picturesque appeal, where everything is a little blurred, a little adjusted, a little more gentle, a little more innocuous, that is just crap.

pinksummer - Rem Koolhaas the Superdutch is going to be the curator next Venice Biennale of architecture. What do you think about it?

A12 Group – That follows last year trend of entrusting the direction of the Biennale to important international architects rather than architecture critics or theorists. Of course, Koolhaas is an architect whose activity is equally shared between research and building practice, one of the most influential personalities who have radically changed the way of making architecture during last 30 years. Therefore we are curious to see how he will carry out that assignment.

baukuh - Koolhaas has nothing to do with the “Superdutch”, the title of a book by Bart Lootsma, that used to piss off people about ten years ago, but that now is just touching. Moreover Koolhaas has always disliked that book and of course you cannot blame him for “Superdutch”. On the contrary, you can blame him for having raged at that Bart Lootsma, poor devil who ended up emigrating to Austria, but maybe the issue is not very interesting...

Koolhaas will be an excellent curator. I would say that he has the right to do whatever he likes to and we trust him. Overall, we trust in Koolhaas, Gerhard Richter, Derek Walcott and Steve Albini. They all can do whatever they want.

pinksummer - Cities get ill and sometimes they die too. Sometimes that happens for natural causes, like the sanding up of harbors, other times is an infected politics that slow them down to death. Genoa is dying a little bit, it is not basted by good connections, it is bleed white by the consistent emigration. Genoa is more and more beautiful though. Could the Architecture, the true one, the one of the city and for the city, not the overbearing and the individualist one of archistars, be a medicine? Isn't it a dog chasing its own tail? Can the architecture of the city, of the community, prescind from a healthy politics?

Gruppo A12 - No, architecture cannot be a medicine for the society. Aldo Rossi, between a symphony and a quartet, on the relationships between politics and cities, says that " the city actualize itself through its own idea of city". City, architecture, artwork are products of the society that they express. The quality of the architecture depends at least equally on both the patronage and the architects. Therefore, a good public architecture is possible only when the public patronage (politics) is aware of the importance of the quality of the space where citizens live, it is convinced of the necessity of a consistent planning to obtain it and it is determined to face all the difficulties of making that happen. But there is no link between quality of the architecture and "health" of politics, as we mean it today. If we look back at the past, we realize that often also corrupted regimes and ferocious tyrant have produced wonderful architectures.

baukuh - For Genoa's specific disease, architecture cannot be a medicine. Only politics could it be.

pinksummer - Regarding the reflection that you are going to elaborate in form of exhibition at our gallery, you move from different approaches leading to different outcomes. baukuh refer to a pragmatism, that we like to improperly define "butterfly effect". You act very little, but you are everything but modest. A barely perceivable quiver of a wing provokes a cyclone (even though contained and tendentially quantifiable in terms of power) of effects that improve space and, consequently, life in that space. You have a solution and the solution grows and develops inside the belly of the architect.

Keeping on with this unexpectedly astrological style, good for the year just begun, we would say that Gruppo A12  has grown bigger on genuine food and, most of all, on radical architecture. Your language claims the ethical linearity of modernism, utopia is your beacon, but the cynical quadrature of postmodernism was not in vain, therefore the light you follow, still shining, incorruptible and enchanted, tends to shine on a wrong way round world, where progress clashes with the positive and positivistic myth of eternal youth. You let it crash louder, by simply amplifying the noise of the crash. You tend not to get out the speculative dimension. Sometimes architecture seems like a pretext, but then one notices that it is the condition, the foundation stone. You do not have solutions, but we suspect that, even if you had some in your pocket, it would look like ingenuous to you offering it, because that could be nothing but partial, compared to the problems you pose or, better, that history poses and that you round-off upwords.

12/11/1972, the beautiful exhibition that you presented at pinksummer in the 2002, developed from the present to the past and vice versa, in order to show and to demonstrate how a city can be read as a sort of diary, written with the rather objective alphabet of architecture, where all the changes of the society are consciously or not recorded. Focault entered into the language and he inhabited it as one could inhabit a city of bricks and mortar in spite of the systematic rules by George Grassi, analyzed and interpreted by baukuh in their essay Due saggi sull'architettura. In your new project you start from the present and you deduce the future (we would rather use the verb to evoke).

Anyway, seeing butterflies in Genoa is as improbable as coming across Tredicino that runs after the seven-league boot.

What will you present at pinksummer?

baukuh - We present something very easy: a project called “Demolishing Genoa” that proposes the demolition of 1% of the built-up area of a city, that has lost a quarter of its population in the last twenty-five years and that, at the same time, is in a disastrous hydrogeological situation. The work is part of a broader research, titled “Genova meno uno percento” (www.genovamenounopercento.it) that involves other Genoese architecture workshops (Gosplan, OBR, Sp10, Una2) to point out a problem and a possible opportunity, that the city risks to ignore. The project is described through two large drawings that represent the current situation and proposed transformations by using as sample the Bisagno valley. In spite of the intentionally terrifying title, “Demolishing Genoa” suggests a program of very tiny demolitions, small, very cautious “surgical” interventions. This cautious strategy would concur to increase the amount of poriferous grounds, greens areas and public spaces available to the city. The intervention we present are purposely not very showy; the difference between the current situation and the proposed scenario visualized by the two drawings is almost imperceptible. Nevertheless we think that such minor transformations could reactivate some parts of the city and hence promote wider transformations.

In the end, we do not get tired of repeating it: we are realist. If there is something we are not interested in, that is utopia. It is always possible to make happen what we propose, even though perhaps to do that a small change of perspective is needed.

Gruppo A12 - Let's get back to Genoa and focus a general phenomenon that here is particularly sensible: the progressive aging of the population in western society. That is a trend that is going to reach a critical point and we are interested in the possible consequences on the organization of the cities and their spaces. If we look back to the past, in front of such kind changes only avant-garde movements and utopistic thinking have been able to provide enough large-scale visions.  However, in their leap towards the future, all the utopic or radical visions have been always based on an healthy man, full of energies and potentiality, mature and effectively productive, endowed with reproductive abilities. What happens instead, if we try to put in the center of our utopia a typical old man? A man, or a woman, older than 65 years, who needs to face a condition of weakness if not illness? And most of all, what does it mean to design a city devoted and purposely built for that kind of people? What we are going to display in our exhibition is a collection of notes for planning a new urbanistic utopia, entirely dedicated to old people.

Pinksummer - A question for A12, inspired by a very recent article appeared today on Sunday issue of the newspaper Il Sole 24 Ore. The project you are going to present at pinksummer moves from statistics and mathematical probability to read a not-so-bright future. In his article, Carlo Rovelli affirms that "probability is the careful and rational management of our ignorance" and that "the theorem of Bayes supplies a formula for calculating the probability for an event to occur, when I end up knowing something more about it". Concerning Genoa inhabitants inclination to get older and older, did you by chance find, at least on local scale, any possible alternative to decay, different from seaquake, scarcity, war or epidemy?

 Gruppo A12 - After quickly surveying on the Internet, we have learnt that the theorem of Bayes find its application in anti-Spam filters and e-mail programs, which means that it is thanks to that theorem that we lose messages of vital importance, without any success in avoiding daily proposals for improbable business from self-styled Central Africa ministers… therefore we do not really trust in that. However in 1999 Nitin Desai, Under-Secretary-General for Economic and Social Affairs of the United Nations, on occasion of the launch of the International Year of Older Persons, asserted: “Longevity is a success. It is something that human beings desired since year zero! The fact that we are achieving it would not be considered a problem. It should be considered conquest.” We add that, since year zero on, open to change and project-oriented, visionary attitude always turned out to be effective strategies in difficult situations.